13/05/2013
Credevo fosse ormai la mia quotidianità
non sentirti più dentro né al telefono,
saperti ormai agile tra libri di città
incontro a questi anni che pure corrono.
Credevo normale non chiedere più di te,
se non in quei vaghi auguri di Natale:
fu un distacco maturo da quel "finché",
che sapevo e tacevo. Non ha fatto male.
Poi, ieri, ho sentito un amico nominarti
forse ti ha vista, non l'ho più ascoltato:
ieri ti ho pensata come mai in tre anni,
come se solo ieri il presente fosse passato.
Scrivevo solo di te per farti innamorare
perché mi volevo confessare e non tradire,
perché eravamo amici così, tanto per dire,
per negare: noi non sapevamo dire "amore".
La mente in tempesta vive lampi di ricordi:
abbracci casti e astuti nei vestiti leggeri,
baci per gioco, mani intrecciate, sguardi,
saluti infiniti sotto casa, sfoghi sinceri.
Quelle parole allusive che speravo capissi,
e quelle poesie che venivano fuori da sole,
tu le capivi, sapevi, volevi che lo dicessi
ma giravo intorno come terra fredda al Sole.
Ora non so quanto tu possa essere cambiata,
certo è che io sono rimasto proprio uguale,
in cerca di quegli attimi d'amore accennato,
che, ingenuo come allora, non so dimenticare.


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