02/04/2013
Ho preso sottobraccio l'anima,
barcollava insicura dentro me,
lasciando la coscienza esanime:
odio che sia così sicura di sé.
E le ho raccontato la mia storia,
ricca di emozioni che ho bruciato,
ricordi di un vecchio calendario,
che da allora non ho più marcato.
Ha riso ascoltando i miei complessi
ancor di più con le giustificazioni:
le ho detto che l'essere me stesso
non ha giovato alle mie relazioni.
Risentito, stavo per tornare al buio:
mi ha placato quella sua fraternità
nel chiedermi dolcemente, a modo suo,
di provare, finalmente, a dire la verità.
E cominciai.
"Apprezzo di me gli occhi ed il sorriso,
ma non c'è nessuno che mi guardi il viso:
il mondo non ha tempo per vedere dentro,
e nota solo ciò che non gli pare uguale.
Sarei un buon compagno e un ottimo padre,
ma una donna non ha un minuto da dedicare,
sa solo proporsi come amica per non ferire,
come se l'amicizia avesse poi scarso valore.
Talvolta l'invidia mi occupa i giorni,
se vedo le persone realizzare i sogni.
Dopo poco l'invidia fa posto alla rabbia:
anch'io potrei, ma qualcosa mi ingabbia.
Rispetto agli altri ho poco di meno,
poiché i difetti risiedono in ognuno:
forse non ho proprio quello che conta
finché conta ciò che si vede soltanto.
Spero di sradicare presto queste barriere
che privano un cuore di carezzare il piacere
in una vita che sa come farsi disprezzare,
prima che questa mi costringa a cambiare.
Basterebbe una persona, sì, soltanto una
che accetti anche il lato cupo della Luna,
che capisca questi occhi, questo sorriso,
la stupida trasparenza di cui sono intriso."
L'anima, poi, ha smesso di ridere
di fronte a riflessioni così amare:
ma ha detto che non si può perdere
se non si ha avuto modo di giocare.


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