TEMPORANEAMENTE IN MANUTENZIONE

Vintage: Essere studenti

22/11/2004


Da sempre gli studenti si dividono tra quelli che vogliono studiare e quelli che non lo vogliono. Prima più o meno il lavoro lo trovavano tutti, anche avendo licenze inferiori alla laurea o al diploma, perciò chi studiava diventava automaticamente dottore o avvocato, e chi non studiava faceva l'operaio o altre cose. Oggi questa divisione c'è sempre, ma lo "sbocco" (il lavoro) è differente: i laureati trovano con difficoltà un lavoro adeguato al loro titolo o alle loro speranze, mentre quelli che non vogliono studiare devono per forza tirare avanti fino a 18 anni, lavorando solo l'estate.
Ora, il ministro Moratti avrà avuto i suoi buoni motivi a prolungare la scuola dell'obbligo fino alla maggiore età, ma se uno non è portato per studiare, dev'essere per forza costretto a stare sei ore al giorno su una sedia? È normale che poi si annoiano e fanno di tutto per svagarsi un po'. So che esistono istituti dove si dà maggiore spazio alla pratica che alla teoria, ma ogni quanti kilometri ce n'è una? Quindi, ripeto, è normale che nelle classi c'è una divisione tra studenti "calmi" (ma non troppo) e quelli un po' più irrequieti. Ma visto che comunque c'è un limite a tutto e cioè se qualcuno impedisce all'insegnante ed a parte della classe il normale svolgimento delle lezioni, il dubbio sulla positività di questa frequenza obbligata della scuola fino ai 18 anni, sorge spontaneo.
Il modo di essere studenti analizza, quindi, la forza di volontà, la capacità dei ragazzi. Soprattutto si intuisce il loro stato extra-scolastico. Dal punto di vista familiare ci sono genitori e genitori: quelli che collaborano con gli insegnanti nella crescita culturale e psicologica dei ragazzi, e quelli che per non rovinarsi la giornata e/o la vita, oppure semplicemente hanno qualcosa di più importante dei figli, non si interessano dell'andamento scolastico dei ragazzi.
Per quanto riguarda l'esperienza scolastica che sto vivendo, descriverò l'atmosfera che si respira nella nostra classe: la divisione tanto sospettata c'è e si vede, ma per ottenere l'unificazione della II/C, gli "studiosi" si adattano agli altri, o viceversa (la seconda ipotesi mi sembra alquanto improbabile). Non mi sono inserito nella frase perché credo che tranne una sola persona vado più o meno d'accordo con tutti (ma la divisione c'è sempre perché, essendo persona singola, appartengo ad un gruppo).
C'è, inoltre, un altro aspetto nascosto: neanche nel gruppo "tranquillo" si vive sempre una realtà facile. Infatti, la convivenza pullula di invidia e di dispetti a seguito, di provocazioni e di reazioni, di voti guadagnati da parassita a scapito di altri che per quieto vivere, non parlano. Tutto ciò è temporaneo, fortunatamente. Ho descritto quest'atmosfera da quanto più esternamente mi è possibile perché, per fortuna, sono uno di quelli meno coinvolti (o di quelli che meno se la prendono) in questa battaglia quotidiana.

Michele Di Sarno
22/11/2004
IIc
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22/11/2004


Da sempre gli studenti si dividono tra quelli che vogliono studiare e quelli che non lo vogliono. Prima più o meno il lavoro lo trovavano tutti, anche avendo licenze inferiori alla laurea o al diploma, perciò chi studiava diventava automaticamente dottore o avvocato, e chi non studiava faceva l'operaio o altre cose. Oggi questa divisione c'è sempre, ma lo "sbocco" (il lavoro) è differente: i laureati trovano con difficoltà un lavoro adeguato al loro titolo o alle loro speranze, mentre quelli che non vogliono studiare devono per forza tirare avanti fino a 18 anni, lavorando solo l'estate.
Ora, il ministro Moratti avrà avuto i suoi buoni motivi a prolungare la scuola dell'obbligo fino alla maggiore età, ma se uno non è portato per studiare, dev'essere per forza costretto a stare sei ore al giorno su una sedia? È normale che poi si annoiano e fanno di tutto per svagarsi un po'. So che esistono istituti dove si dà maggiore spazio alla pratica che alla teoria, ma ogni quanti kilometri ce n'è una? Quindi, ripeto, è normale che nelle classi c'è una divisione tra studenti "calmi" (ma non troppo) e quelli un po' più irrequieti. Ma visto che comunque c'è un limite a tutto e cioè se qualcuno impedisce all'insegnante ed a parte della classe il normale svolgimento delle lezioni, il dubbio sulla positività di questa frequenza obbligata della scuola fino ai 18 anni, sorge spontaneo.
Il modo di essere studenti analizza, quindi, la forza di volontà, la capacità dei ragazzi. Soprattutto si intuisce il loro stato extra-scolastico. Dal punto di vista familiare ci sono genitori e genitori: quelli che collaborano con gli insegnanti nella crescita culturale e psicologica dei ragazzi, e quelli che per non rovinarsi la giornata e/o la vita, oppure semplicemente hanno qualcosa di più importante dei figli, non si interessano dell'andamento scolastico dei ragazzi.
Per quanto riguarda l'esperienza scolastica che sto vivendo, descriverò l'atmosfera che si respira nella nostra classe: la divisione tanto sospettata c'è e si vede, ma per ottenere l'unificazione della II/C, gli "studiosi" si adattano agli altri, o viceversa (la seconda ipotesi mi sembra alquanto improbabile). Non mi sono inserito nella frase perché credo che tranne una sola persona vado più o meno d'accordo con tutti (ma la divisione c'è sempre perché, essendo persona singola, appartengo ad un gruppo).
C'è, inoltre, un altro aspetto nascosto: neanche nel gruppo "tranquillo" si vive sempre una realtà facile. Infatti, la convivenza pullula di invidia e di dispetti a seguito, di provocazioni e di reazioni, di voti guadagnati da parassita a scapito di altri che per quieto vivere, non parlano. Tutto ciò è temporaneo, fortunatamente. Ho descritto quest'atmosfera da quanto più esternamente mi è possibile perché, per fortuna, sono uno di quelli meno coinvolti (o di quelli che meno se la prendono) in questa battaglia quotidiana.

Michele Di Sarno
22/11/2004
IIc

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